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mercoledì 5 marzo 2014

OpenID Connect Standard. Riparte il cloud?

Che il mondo cloud, da sempre, non decolli anche a causa delle non chiare tecnologie e responsabilità che vi girano attorno è ormai una affermazione riconosciuta da tutti.

Ed è su queste affermazioni che prende forma e sostanza OpenID Connect Standar un protocollo per garantire una gestione trasparente e sicura delle autenticazioni sia agli utenti che alle aziende e ai siti interessati ad adottare la nuova tecnologia.

Il tutto è opera della OpenID Foundation che ha annunciato la nascita di questo standard che ha come scopo quello di classificare, mettere insieme e gestire le connessioni autenticate esistenti sul web.
Purtroppo, dietro questa idea si è subito mosso il mercato e quindi invece di fare dello standard un punto di partenza, altre aziende si stanno muovendo per creare il loro standard sulle autenticazioni, ed è quindi prevedibile che sarà il caos, anche perché alcune delle filosofie messe in campo sono anche in “guerra” fra di loro.

Sia ben chiaro per noi, intesi come utenti, è necessario e basilare per la sicurezza che nasca uno standard sicuro chi poi ne abbia i diritti di sfruttamento ci interessa poco ed è una bega che lasciamo volentieri agli altri.

Ma nel concreto di cosa stiamo parlando?
Parliamo di protocolli sicuri come OAuth 2.0 and TLS , che nello specifico permetterebbe ai siti web, che vogliono gestire una rea sicura di fare un vero e proprio outsourcing delle procedure di autenticazione utente a Identity Provider (IP) selezionati.

Questa regola, se vogliamo anche semplice, mira a garantire la connessione tra sito web/azienda e utente andando oltre il processo di autenticazione.

OpenID Connect ha lo scopo di fornire un modo semplice e standard per esporre ed esternalizzare il sito effettuando il login nell'applicazione di quegli operatori che investono in infrastrutture di autenticazione e di sicurezza e che hanno le competenze specialistiche necessarie per gestire in modo sicuro sign-in e individuare gli abusi.

Naturalmente per dare un giudizio ultimo dobbiamo aspettare di conoscere bene l’architettura di tale organizzazione, ma già il fatto che il mercato lo chieda e sembra aspetti questo standard con entusiasmo è sicuramente un primo passo soprattutto verso quelle piattaforma cloud che a fronte di investimenti, anche considerevoli, non riescono a decollare.

venerdì 2 agosto 2013

Privacy e disaster recovery marciano sempre più unite.


Molto spesso abbiamo affermato che le due materie Privacy e Disaster recovery hanno molti punti di contatto adesso se ne è accorto anche il Garante con Nostra somma soddisfazione.

Il Garante ha messo il proprio sigillo sullo schema di “Linee-guida per il Disaster Recovery delle pubbliche amministrazioni” predisposto dall’Agenzia per l’Italia digitale (ex DigitPa).

Come previsto dal Codice dell’amministrazione digitale (Cad),tutte le P.A. hanno l'obbligo di predisporre, e aggiornare periodicamente, il piano di disaster recovery, ossia l’insieme delle attività necessarie per ripristinare le funzionalità di un sistema informatico nel suo complesso (strutture hardware, software e servizi di comunicazione), messo fuori uso da un evento improvviso che potrebbe comportare danni e perdite gravi per l’amministrazione.

Con la decisione del Garante non si apportano modifiche sostanziali a quanto già predisposto dall'art. 50 bis del Cad ma il garante stavolta definisce in modo chiaro che il fornitore di servizi di cloud computing ha l'obbligo di dichiarare, in sede contrattuale, l’esatta localizzazione geografica dei dati gestiti.

Questo consentirà all’amministrazione di valutare se il paese in cui vengono trasferiti i dati appartenga all’Unione europea o assicuri comunque un livello di tutela dei dati personali adeguato ai sensi della normativa UE sulla protezione dei dati personali.




Sembra una stupidata, che mira solo a far altra confusione sui contratti, noi invece riteniamo che mai come stavolta il Garante ha introdotto una vera norma per la tutela dei dati personali, cosi facendo infatti le pubbliche Amministrazioni non potranno un domani dire che non sapevano.